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Età e fertilità: come sono collegate?

Età e fertilità: come sono collegate?

Come influisce l’età della donna sulle possibilità di avere figli? Quali soluzioni offre oggi la scienza per risolvere i problemi di fertilità femminile?

Dott. Andrea Borini

Nel nostro paese la maternità spesso, per motivi sociali e culturali, comincia ad essere cercata sempre più tardi, senza contare che l’orologio biologico “corre” e la fertilità decresce al
crescere dell’età. Al 1° gennaio 2019, secondo l’Istat, l’età media al parto nel nostro paese si è attestata sulla soglia dei 32 anni, 2 anni in più di quello che accadeva circa 20 anni fa; in parallelo, continua a crescere il tasso di fecondità delle ultra 40enni, che eguaglia quello della fascia 20-24 anni.


Dott. Borini, perché assistiamo a questo tipo di dinamiche?


Al giorno d’oggi la percezione dell’età, propria e di chi abbiamo vicino, è ben diversa da quella che era anche solo qualche decennio fa; fattori come l’evoluzione della società, il ruolo nel mondo del lavoro della donna, la possibilità e la volontà di realizzarsi anche al di fuori della sfera familiare, le difficoltà economiche, portano a cercare una gravidanza sempre più avantinegli anni, convincendoci del fatto che siamo giovani almeno quanto lo sembriamo. Il punto è che non sempre è così, specie dal punto di vista del potenziale riproduttivo.


Fino a che età in genere una donna è fertile?


Il massimo della fertilità femminile è ancora - indicativamente - raggiunto tra i 20 e i 25 anni ma cala molto velocemente oltre i 36/37 anni. Il declino della fertilità femminile dipende dalla riduzione irreversibile della quantità e della qualità degli ovociti presenti nelle ovaie: la quantità massima di ovociti (6-7 milioni) è presente nel feto femminile intorno alla 20ª settimana di gestazione, che diventeranno di 300-500.000 alla pubertà, scenderanno a circa 25.000 unità attorno ai 37 anni riducendosi progressivamente fino all’ingresso in menopausa.


L’età quindi è un fattore cruciale!


L’età materna è il più significativo fattore di predizione anche dei risultati delle tecniche di PMA (procreazione medicalmente assistita) ma ci sono anche altri elementi dei quali tenere conto.
Molto importante ad esempio è conoscere lo stato della propria riserva ovarica.


Come è possibile farlo?


Fra gli indicatori particolarmente significativi legati alla determinazione e alla valutazione del patrimonio ovocitario, c’è il livello di ormone antimulleriano (AMH): poiché la quantità circolante dell’ormone antimulleriano è proporzionale al numero dei follicoli ancora a disposizione e i suoi valori si riducono con la riduzione dei follicoli ovarici, misurarlo, con un semplice
esame del sangue, di fatto, significa valutare il patrimonio ovocitario di una donna in un determinato momento. Esserne consapevoli aiuta a scegliere meglio quando cominciare a percorrere il cammino della ricerca di un figlio.


Come ci può aiutare la procreazione medicalmente assistita, se scopriamo di essere ‘arrivate tardi’?


Le tecniche di fecondazione assistita aiutano ad ovviare almeno parzialmente alla difficoltà che alcune coppie incontrano nel momento in cui decidono di diventare genitori. In particolare, nel caso in cui l’età materna troppo avanzata impedisce di utilizzare i gameti della partner femminile, dopo le modifiche del 2015 alla legge 40/04 che regola l’applicazione delle tecniche della fecondazione assistita, esiste oggi anche nel nostro paese la possibilità di ricorrere alla cosiddetta eterologa, che permette di fare ricorso a gameti, in questo caso ad ovociti, donati da donne ancora nel pieno della propria fertilità.


 

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